“Da un grande potere derivano grandi responsabilità”

I supereroi sono sotto i riflettori; tutti sanno il loro nome in città, i bambini ed i giovani li guardano come un mito, un vero e proprio modello al quale ispirarsi. Nei momenti di crisi, quando tutto sembra andare a rotoli, la gente prega e spera nell’intervento magico e salvifico dell’eroe di turno, di solito celato da una maschera per evitare che la propria vita privata sia soggetta ai problemi un po’ compromettenti e pericolosi della vita eroica. Nei fumetti il loro super potere deriva di solito da un incontro radioattivo, da un esperimento di laboratorio, oppure dalle origini aliene sconosciute allo stesso eroe.

Ma nella realtà, i supereroi di cui conosciamo i nomi, ai quali ogni istante della nostra vita ci ispiriamo, ai quali ci rivolgiamo quando c’è una crisi e desideriamo capire come e cosa pensare, hanno ottenuto il loro potere dalla massa. L’intelligenza e la furbizia, combinate ad una buona dose di fortuna e conoscenze giuste, porta alla fama, alla notorietà, all’influenza dei media e successivamente della mente del popolo. I nuovi supereroi non temono di essere riconosciuti, anzi fanno entrare nella loro quotidianità tutti, ma proprio tutti. Grazie ai social media, la nuova generazione di attorini e soubrette, insieme a quella nuova figura alquanto scialba e vacua dell’influencer, ha deciso di eliminare la membrana di privacy che appartiene alle nostre vite private per condividere ogni secondo della propria vita con il mondo. E si rende nota la felicità per un figlio, e si rendono noti i litigi e i complotti con e delle altre persone (molto spesso attorini e soubrette di secondo calibro che hanno bisogno di attenzioni di qualunque tipo), si mostra con orgoglio un atteggiamento oggettivamente sbagliato che si propone con una veste di divertimento e di superficialità che è capace di eliminare la sporcizia che c’è sotto.

Cosa succede se un “cantante” ed una influencer fanno un party in un supermercato e, con i loro invitati, giocano con il cibo in modo poco consono alle regole della comune educazione, dando l’immagine di bambini senza genitori e senza regole lasciati liberi in un luna park avendo in tasca infiniti dindini?

Opinione pubblica divisa, attacchi dei fan e degli haters, scuse pubbliche palesemente inventate al momento.

Ma analizziamo quale messaggio è stato realmente mandato con quei video opinabili ritrovabili ancora su internet. L’irresponsabilità dell’immagine data, il menefreghismo nel rompere e rovinare cibo, la superficialità con cui giocavano volgarmente con frutta e verdura davanti a telefonini connessi con il web, rappresentano l’immagine dell’infinito potere che si attribuiscono, perché comprare tutto quello che possono e vogliono dà loro la facoltà di non rispettare più le regole comuni, perché essi sono al di sopra di tutto. Non solo: non c’è vergogna nei loro occhi, ma orgoglio e potenza.

Siamo al di sopra di tutto, ci è permesso tutto.

Essere sotto i riflettori, qualunque essi siano, implica che le nostre azioni hanno un potere amplificato a mille. Nel bene e nel male. Influenzano le azioni di coloro che ci osservano, perché hanno il potere di creare un mondo terzo, quello della possibilità: è possibile gettare il cibo per terra, è possibile stuprare dell’insalata, è possibile ballare da pornostar sui banconi del supermercato, è possibile e mi è permesso, perché se sono ricca e famosa, se ho i soldi per comprare un supermercato, io posso fare quello che mi pare, non ho regole, sono al di sopra di tutto, io ho il vero potere.

Che immagine e che valori stiamo tramandando alle nuove generazioni?

La Letteratura: odi et amo degli studenti.

Studiare letteratura è sempre una sfida per noi studenti. Soprattutto per i ragazzi che non perseguono studi umanistici: ricordo che al liceo, la quasi totalità dei miei compagni denigrava e considerava totalmente inutile studiare autori italiani del nostro passato, in quanto sapere che D’Annunzio ha scritto “La pioggia nel pineto” non sarà mai utile nelle problematiche quotidiane o nel lavoro che si andrà a svolgere, soprattutto se si è rinchiusi in laboratori scientifici o dietro a computer a redigere conti bancari. La loro logica non faceva una piega, e difatti che ruolo può assumere lo studio delle poesie nella vita di un economista o di un web designer?

Ciò che i miei compagni, e con loro quasi tutta la popolazione, hanno dimenticato è che l’elemento chiave racchiuso nell’arte, sia essa visiva, musicale o letteraria, non genera conoscenze applicabili nel contesto lavorativo (a meno che non si diventi critici dell’arte: allora sì, credo che sia abbastanza tautologico e necessario conoscere l’universo artistico in toto): l’arte genera bellezza, meraviglia, orrore, muove l’animo e si ripropone all’elevazione dell’uomo verso il cielo e l’infinito. L’arte è il collegamento tra la quotidianità e l’animo umano; l’arte apre gli occhi al celato, rammenta all’umanità distratta che essa nasconde il potenziale infinito del bene e che nel suo cuore vivono emozioni reali, che hanno bisogno di librarsi e di lasciarsi vivere all’infinito.

Studiare la letteratura non è studiare sterilmente la vita di uomini e donne invissuti: essi hanno calpestato la terra, hanno amato, hanno conosciuto le anime e hanno provato ad interpretarle nel modo a loro maggiormente congeniale; la poesia non nasce dal desiderio mirato di far soldi: l’uomo-poeta ha vissuto, ha aperto gli occhi e si è lasciato raccogliere dalle emozioni.

In un incontro di catechesi con i giovani, di cui sono la responsabile, abbiamo parlato dell’amore. Per descrivere un sentimento così grande, così immenso ed infinito, è necessario non cedere al superficiale, alle parole già dette e svilite dai negatori dell’amore, da coloro che odiano e che non sanno impegnarsi nella bellezza: ho scelto una poesia carica difficile ma incoraggiante, di Khalil Gibran:

L’amore non dà nulla se non se stesso,
non coglie nulla se non da se stesso.
L’amore non possiede,
né vorrebbe essere posseduto,
poiché l’amore basta all’amore”

Un testo del genere non può e non deve perdersi tra i tanti post su Facebook o su Twitter, generando meraviglia virtuale ed effimera. Va capito. Bisogna ragionare sul perché l’amore non possiede, e bisogna capire perché l’amore basta all’amore.

Il potere dell’arte è infinito, ma bisogna ricordare di scuotere le anime attraverso di essa: non lasciare che l’arte diventi il fine, perché essa è nata per essere mezzo.

Relativismo a tutti i costi

Gli episodi di razzismo acceso che si sono verificati nel XX secolo hanno rinvigorito nelle popolazioni europee l’ideologia, già presente ma fino ad allora tacita, dell’importanza della diversità e della consapevolezza della varietà. Siamo un piccolo continente in cui vivono e convivono lingue e tradizioni diverse tra loro; il nostro passato è caratterizzato da continue guerre per la supremazia che hanno visto vincere alternatamente prima l’Italia, poi la Francia, poi la Germania e poi la Gran Bretagna, ora la Spagna, ora l’impero Ottomano. Nonostante inimicizie varie appellate a stereotipi caricati e riprodotti dai giornali, dalla televisione, da tutti i mezzi comunicativi, la creazione di un’unica Comunità Europea ha creato un legame, un’identità comune, e siam diventati tutti cugini, tutti amici, condividiamo gli studi, le conoscenze, il know how, gli idiomi, le tradizioni culinarie.

Accanto alla tolleranza etnica e la comune identità dell’UE, negli anni il sentire illuminista e tollerante ha abbracciato tutti i campi dello scibile, per cui su tutti gli argomenti ogni punto di vista è valido, ogni stile di vita è accettabile, ogni scelta è giusta. Parliamo, dunque, di un relativismo necessario e obbligato, per cui se non lo abbracci sei un razzista, un omofobo, una mente chiusa e ristretta, un ignorante. La politically corrrect si è estesa ovunque: si può scegliere di essere chiunque, per il principio della tolleranze e della libertà di scelta, si può essere uomo o donna, si può diventare ricco o povero, puoi scegliere di essere accogliente oppure di chiudere le porte. Qualsiasi cosa dirai o farai, andrà bene perché tutti possono tutto.

Credo che il concetto sia stato un po’ troppo “scamazzato” e manipolato per consentirci di giustificare ogni nostra azione senza creare scandalo, per poter creare la nuova identità di uomo moderno, così innovativo, così libero, senza leggi, senza controllo, ma con autocontrollo.

Parliamo ad esempio della moda: dagli anni Settanta, circa, la modella proposta dagli stilisti e dalle riviste di moda era una donna magra all’inverosimile, alta un chilometro, bionda accecante per lo più, bianca come un cencio, viso scarno senza imperfezioni. Ragazze e donne hanno guardato i nuovi canoni di bellezza e hanno provato ad imitarli. Eccesso: anoressia e bulimia. Oggi si prova a creare l’opposizione a tale tendenza; si ricercano e si elogiano donne over size, aggettivo gentile per indicare donne grasse. “La donna vera ha le curve”! Certo, vero, non c’è che dire. Ma quali curve? Eccesso: obesità e relative problematiche fisiche.

C’è un appiattimento totale dell’esistenza: non esistono vie di mezzo, non è lasciato spazio alla comunicazione e al ragionamento. Devi schierarti inesorabilmente da un lato o dall’altro, perché dialogare e capire quale sarebbe la strada giusta da perseguire è uno spreco di tempo, energie e soldi.

Analisi del problema, quali sono realmente i fattori che influiscono in un determinato ambiente, quali attori agiscono, chi e cosa muovono le varie parti ed io come posso inserirmi e avere un’idea valida, non superficiale.

Proviamo a non lasciarci sopraffare dalla smodata libertà, proviamo a non applicare una politically correct sbiadita e superficiale: troviamo un punto di vista, un appiglio di verità totale, creiamo un’idea solo nostra, pensiamo con i nostri neuroni, e non lasciamoci inondare da una giustizia di parole creata da altri: SIAMO NOI.

E quando qualcuno in modo irruento proverà ad opporsi alle tue parole, ti criticherà per quello che dici perché forse sei troppo fuori dal pensiero comune, e ti chiederà: “ma chi dice tutte queste cose?”, abbiate (abbiamo noi tutti) il coraggio di rispondere: “IO! Io lo dico, cazzo”.

Il vero problema: l’analisi

Nella nostra realtà politica e sociale molto spesso si parla della problematica migranti, delle fake news, delle gang adolescenziali, della povertà e della disoccupazione. I vari governi che si sono succeduti, di entrambe le correnti ideologiche, hanno puntato il dito ora contro l’una ora contro l’altra problematica rendendola causa principale del degrado sociale del nostro paese. E la popolazione ha seguito, come una canna al vento, il succedersi delle accuse, sostenendo alternatamente le varie parti. E siamo stati di destra, poi di sinistra, ed infine siamo diventati populisti. Divisionisti, accusatori, chiusi, abbiamo lasciato la parola all’ignoranza e all’impotenza.

Saranno dunque gli altri il problema catartico della nostra società? Gli estranei oltre la barriera.

Leggere gli articoli online e gli altrettanti commenti su i social rendono evidente, agli occhi di un buon osservatore, che il problema è interno alla realtà stessa: troppi commenti rilasciati senza sapere o conoscere la realtà dei fatti, senza essersi posti abbastanza domanda. Condividere un articolo online è una grande responsabilità, in quanto permette la diffusione gratuita di un pensiero personale di un giornalista autonomo che attinge a determinate fonti, di cui noi lettori ignoriamo la provenienza e la veridicità.

Leggiamo quello che vogliamo leggere, senza passare alle domanda successive: chi ha detto tutte queste cose? Che testata si è presa la responsabilità di produrre questo messaggio? I dati trascritti sono veri? Dove è possibile consultare tale materiale per sapere se è vero?

Se fossimo capaci di un tale ragionamento, se avessimo la sapienza anche solo di scrivere su Google se un tale è morto per davvero, allora le fake news non spaventerebbero così tanto, allora le bugie perpetrate dai semi-politici che “guidano” il nostro governo non avrebbero seguaci e sarebbero costretti a dire la verità.

Il problema non è la mancanza di conoscenza, ma l’assenza della cultura del ragionamento